Ostaggi del pensiero breve

I messaggi immediati inibiscono la riflessione
Così si diffonde l’«analfabetismo secondario»

La crisi che stiamo attraversando non è solo economica. Ha radici più profonde e coinvolge le facoltà di pensiero, il destino del sapere e ha importanti conseguenze sulla società. Nell’appassionato e ottimistico tentativo di indicare soluzioni per il futuro dell’umanità, Edgar Morin (classe 1921) propone nel suo […] libro La via, pubblicato […] da Raffaello Cortina, una riforma del pensiero, considerando che «tutte le crisi dell’umanità planetaria sono nel contempo crisi cognitive».

Eppure il sapere complessivo è cresciuto a dismisura nell’ultimo mezzo secolo, diventando conoscenza globalizzata. Ma proprio la vastità del sapere rende difficile sopportarne il peso. Troppo grande per  l’individuo, che non lo sente più alla sua portata, neanche a livello superficiale. Nell’impossibilità di farcela, l’uomo si è affidato alla tecnologia, delegandole il compito di immagazzinare le conoscenze e restituirle al momento opportuno.

Questa rinuncia, questo riconoscimento di impotenza porta a diminuire le esigenze cognitive, ad accontentarsi di un sapere minimo, sufficiente a svolgere gli impegni vitali, nella consapevolezza che tutto il resto —ciò che non si sa— è comunque conservato da qualche parte, a disposizione. […]

Piegandoci alle modalità semplificate di una tecnologia invadente, seguiamo un sistema elementare del tipo stimolo-risposta. Abbiamo inventato la logica binaria per far funzionare i computer e ora quella stessa logica inflessibile e stringata nella sua meccanicità ci insegna e ci governa. […]

non siamo noi ad adattare la tecnologia alle nostre esigenze, ma la tecnologia che cambia noi.
Per la prima volta, dopo duemila anni, si assiste a una curiosa inversione di tendenza. Mentre le società arcaiche, semplici e lineari nella loro struttura di pensiero, cercavano la complessità per crescere, le società attuali, più complesse, guardano invece alla semplificazione per una sorta di difesa. L’utilizzo della macchina ha però il difetto di «restringere» le nostre potenzialità cognitive.
Non si scrive come si parla, anche se da tempo è in atto un avvicinamento progressivo tra oralità e scrittura, nella narrativa come nella comunicazione digitale, ma c’è uno stretto legame tra come si scrive e come si pensa. La scrittura impone al cervello una metodologia analitica, lo impegna a misurare e a riflettere sulla sequenzialità e la logica dei concetti.

Invece la comunicazione digitale perde di vista il suo obiettivo e diventa un modello usato oltre le sue funzioni originarie, finendo per inibire il pensiero logico. Per ridurlo nella sua complessità, sacrificarlo entro i limiti angusti di una sintesi forzata, dove si perde la potenzialità del discorso. Il pensiero si fa breve, contenuto, impoverito. Prende il posto del pensiero debole: paradigma di un modello cognitivo in cui la mente si adagia per comodità e pigrizia. Ci serviamo di conoscenze immediate, utili, di servizio; apprese disordinatamente e che si dimostrano frammentarie. «Il nostro modo di conoscenza parcellizzato—ricorda ancora Morin — produce ignoranze globali». È la conferma di quanto sosteneva anni fa Hans Magnus Enzensberger sull’inconsapevolezza dell’analfabetismo secondario. A differenza dell’analfabeta di ritorno, che ha dimenticato quanto acquisito in età scolare, l’analfabeta secondario è un cittadino ben integrato, convinto di essere in possesso di tutte le competenze richieste dal proprio tempo e dal proprio ruolo sociale perché sa comunicare, decifrare i messaggi, leggere il giornale, usare il computer.

In tempi non sospetti la sintesi è stata vincente. Dal «cogito ergo sum» di Cartesio al «m’illumino d’immenso» di Giuseppe Ungaretti, è riuscita a dire di più rispetto a testi di tante parole, perché dietro quella brevità si raccoglieva un pensiero profondo. […]

Al pensiero breve manca proprio la qualità estetica, anch’essa una forma di comunicazione […]

In fondo Nietzsche aveva ragione a profetizzare un’involuzione del pensiero e la sua riduzione a strumento pratico. L’atrofia del pensiero, la sua impermeabilità alla complessità del presente, appaiono come l’unica via di fuga da un’incertezza dolorosa.

Carlo Bordoni – La Lettura

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